home Dicono di noi, Spese militari L’Italia corre ad armarsi. «Ma così stiamo investendo nella guerra e nell’instabilità»

L’Italia corre ad armarsi. «Ma così stiamo investendo nella guerra e nell’instabilità»

Il Parlamento ha approvato quasi all’unanimità l’ordine del giorno della Lega che prevede che il 2 per cento del Pil sia investito nella Difesa. Ma è solo l’ultimo atto di un trend costante: da anni, come denunciano inascoltate le associazioni, spendiamo sempre di più in armi e le vendiamo a paesi senza diritti umani, guidati da dittatori e autocrati.

Articolo de l’Espresso

Mercoledì 16 marzo la Camera ha approvato a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 voti contrari) un ordine del giorno per portare al 2 per cento il Pil dedicato alle spese militari in Italia, “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione”. In pratica si passerebbe da una spesa di circa 25 miliardi l’anno (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno). 

La corsa al riarmo, dopo l’invasione ucraina da parte della Russia di Putin, ha coinvolto tutti gli Stati europei, una mossa unica nella storia dell’unione, e che ha coinvolto anche quegli stati che avevano fondato la propria politica sul disarmo. La Germania, l’unica all’Interno della Nato a non aver mai aumentato le spese militari, investirà ogni anno più del 2 per cento del Pil, persino la Finlandia, con uno stato di neutralità che deriva da dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha inviato armi e ora vuole entrare nella Nato. E così la Norvegia. 

La corsa alle armi italiana è stata giustificata in aula dal primo firmatario, il leghista Roberto Paolo Ferrari, con queste parole: «Si tratta di raggiungere un obiettivo che il nostro Paese si era dato, aderendo alle conclusioni del vertice dell’Alleanza atlantica nel 2014 in Galles. In questi anni, in maniera altalenante, la spesa per la difesa ha subito, però, una costante contrazione».

Partiamo dalla fine. Dire che le spese militari hanno subito una contrazione non corrisponde al vero. Se qualcosa non ha subito tagli negli ultimi anni è proprio la spesa militare, persino durante la pandemia. La guerra in Ucraina non ha cambiato una tendenza consolidata negli anni: l’Osservatorio Milex rivela che il 2022 sarà l’anno in cui la spesa militare italiana supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi per l’esattezza). Solo negli ultimi mesi, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sottoposto all’approvazione del Parlamento diciotto programmi di riarmo, di cui tredici di nuovo avvio (un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi). Tra questi spiccano quelli per i due nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili classe Orizzonte da circa 1,2 miliardi l’uno, prodotti da Fincantieri.

Ma passiamo a quel 2 per cento cui si riferisce l’ordine del giorno. La percentuale riferita al Pil di cui parla Ferrari deriva sì da un accordo del 2006 dei Ministri della Difesa – quindi non della Nato – dei Paesi membri dell’Alleanza poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles, a seguito proprio dell’invasione della Crimea. Ma è innanzitutto un accordo informale, dichiarazioni di intenti che al momento non sono mai state ratificate formalmente dal Parlamento italiano, con un voto avente forza legislativa, e quindi non costituiscono un obbligo vincolante per il Bilancio dello Stato.

«Chi ha deciso che deve trattarsi del 2 per cento? Non c’è una ragione militare o dettata da esigenze operative, non c’è nessun riscontro in questo dato. è un numero scelto non dico a caso, ma in maniera arbitraria», spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete italiana Pace e Disarmo. Insomma è una cifra utilizzata per spingere la crescita della spesa, denunciano le associazioni che si sono poste anche contro l’invio di qualsiasi arma all’Ucraina invasa. 

«Anche il collegamento con il Pil è fuorviante: è un livello di spesa pubblica, che però comprende anche la produzione di ricchezza privata, e non si può conoscere preventivamente», aggiunge Vignarca. La problematica sta nel fatto che, sottolinea Vignarca, il Pil è soggetto a fluttuazioni indipendenti dalle decisioni fiscali, rende del tutto aleatoria e scollegata da reali esigenze la definizione tecnica e concreta di tale spesa.

L’invio delle armi in Ucraina, la corsa al riarmo e soprattutto alla vendita a paesi terzi di armamenti sono decisioni in chiave opposta a quanto l’Italia ha deciso ormai più di trent’anni fa con la legge 185/90, conosciuta con il nome di “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”. 

L’incantesimo si è spezzato già giorni fa, quando il governo italiano ha deciso di inviare armi all’Ucraina, adattandosi in realtà, a quello che gli altri paesi dell’Unione Europea hanno fatto, con lo scopo iniziale sostanzialmente far difendere il paese di Zelensky dall’invasione russa. “Garantire sostegno e assistenza al popolo ucraino attraverso la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina”, si legge nel documento del consiglio dei ministri. 

Ma l’export italiano di armi non conosce limiti neppure quando riguarda paesi pronti a sganciare bombe sui civili, anche in questo conflitto sappiamo che la Russia sta utilizzando armi che l’Italia stessa ha venduto al governo di Putin. Ad arricchirsi sono le aziende a controllo statale, in primis, Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri, i due colossi nazionali della produzione militare.

L’industria bellica non si ferma neppure davanti a quei paesi in cui diritti umani sono costantemente calpestati, ma trova l’appoggio di tutto il Parlamento, basta vedere quest’ultima votazione, con contrari soltanto diciannove deputati. Un made in Italy che sostiene autocrati e dittatori, che utilizzano gli armamenti per consolidare il proprio potere indisturbati. Tra questi paesi ci sono le monarchie assolute islamiche della penisola araba (Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman) e i paesi del bacino sud del Mediterraneo (Egitto, Algeria, Israele, Marocco), i cosiddetti “paesi Mena”. E anche la parte della legge del ‘90, in cui si invita alla conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa, è del tutto ignorata. Ad oggi spetta ancora alle associazioni e alle reti della società civile, che chiedono lo smantellamento della Nato, difendere e chiedere l’attuazione di quanto deciso.

«Paesi che hanno basato sull’aspetto della neutralità tutta la propria politica, stanno cambiando. Purtroppo lo sfruttamento della tragedia ucraina porterà più instabilità: se prepari la guerra, avrai la guerra. Mentre si dovrebbe investire nella pace», aggiunge Vignarca. Finanziare settori diversi da quello delle armi, andrebbe ad aumentare benessere e condizioni di vita delle persone: «Quando tutti stiamo meglio, tendiamo a essere meno conflittuali, mentre anche la deterrenza militare è crollata come un castello di carta: se la Russia non avesse il nucleare sarebbe del tutto diverso».

Le associazioni contrarie all’industria delle armi da anni provano a definire un modello alternativo di Difesa europea che non sia aggressivo, ma solo difensivo, in pratica di smantellare la Nato, che può avere solo una funzione di polizia internazionale (quindi niente portaerei, cacciabombardieri ecc.).

«Nel modello di difesa Ue deve essere contemplata (e di pari grado e valore e con un 15-20% degli investimenti) la difesa civile non armata e nonviolenta (corpi civili di pace, diplomazia popolare, ecc.) e un Istituto di ricerca Ue e nazionale di studi per la difesa, la sicurezza e la pace», spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL).

Intanto la spesa militare globale è raddoppiata dal 2000, siamo 2mila miliardi di dollari l’anno. Una corsa agli armamenti esponenziale con un dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori, così come hanno ricordato cinquanta premi nobel in un appello inviato ai governi di tutti gli Stati membri dell’Onu.