Il rapporto NATO certifica il 2,01% del PIL italiano in spesa militare, ma i dati vengono dalla Difesa italiana stessa, che ha incluso per la prima volta circa 14 miliardi di voci generiche non verificabili. Secondo Mil€x la spesa reale resta intorno all’1,5%. L’aumento concreto arriverà solo con il prestito SAFE e i numerosi programmi di armamento già avviati.

 

Il Rapporto annuale del Segretario Generale NATO Mark Rutte pubblicato il 26 marzo 2026 si focalizza in particolare sulla celebrazione di un risultato considerato storico per l’Alleanza: per la prima volta tutti e 32 i Paesi membri hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL in spesa per la difesa. Per l’Italia il dato indicato è del 2,01%, con una spesa nominale di oltre 45 miliardi di euro — in apparenza un balzo enorme rispetto all’1,52% del 2024. Prima di cedere al trionfalismo che accompagnerà questa notizia, soprattutto da parte dei sostenitori delle esigenze di riarmo, è necessario però fermarsi a guardare cosa c’è davvero dentro quella cifra.

I numeri della NATO vengono dall’Italia stessa

Il punto di partenza è metodologico, ma cruciale: i dati che la NATO utilizza non sono prodotti autonomamente dall’Alleanza, bensì comunicati direttamente dai singoli governi nazionali. Nel caso italiano, è il Ministero della Difesa che trasmette a Bruxelles i propri conteggi in “chiave NATO”. È esattamente questo meccanismo che rende possibile il “miracolo” del 2,01%.

Come avevamo già segnalato nella nostra analisi del Documento Programmatico Pluriennale (DPP) 2025, il documento annunciava che l’Italia avrebbe raggiunto la soglia del 2% del PIL, ma spiegava solo sommariamente come tale incremento fosse stato calcolato e quali voci aggiuntive fossero state ricomprese nel conteggio. Una differenza così sostanziale rispetto alle proiezioni precedenti — che indicavano un livello prossimo all’1,5% — avrebbe richiesto una sostanziazione precisa e verificabile. Sono stati inoltre eliminati i dettagli relativi alla trasmissione dei conteggi verso organizzazioni internazionali come OCSE e istituti di ricerca come il SIPRI, rendendo ulteriormente opaca la filiera dei dati.

Cosa è successo concretamente? Il DPP 2025 ha aggiunto nell’aggregato NATO una serie di voci reclassificate come spesa per la difesa — tra cui pagamenti pensionistici e quote dei Carabinieri in funzione di polizia — facendo salire il bilancio “proprio” della Difesa da circa 31,3 miliardi a 45,3 miliardi di euro, sufficienti a raggiungere formalmente il target del 2%. Di questi circa 14 miliardi aggiuntivi, la parte preponderante è concentrata in due categorie generiche: “mobilità militare”, senza alcuna specificazione di contenuto, e “cybersicurezza”, che verosimilmente copre solo una piccola frazione di quella somma.

Questo è esattamente quanto avevamo anticipato: il DPP faceva riferimento, per la quota aggiuntiva, a un generico richiamo a “budget per contesti, domini e settori a cui è stato attribuito un focus più militare e progetti di cooperazione militare”, senza esplicitare nel dettaglio quali capitoli sarebbero stati effettivamente inclusi. Una formulazione che, senza una verifica indipendente, equivale ad aver creato un perimetro contabile artificiale disegnato a posteriori per raggiungere un obiettivo politico predeterminato.

Cosa dicono i dati Mil€x sulla spesa reale

Le stime Mil€x sulla spesa militare italiana “pura” — corrispondente alla componente che la NATO stessa definisce come spesa strettamente militare per personale, esercizio e investimento in armamenti — raccontano una storia molto diversa. Per il 2025, la nostra valutazione si colloca intorno all’1,5% del PIL, coerente con la serie storica e lontana dal 2,01% comunicato a Bruxelles. Per il 2026, la spesa militare diretta stimata da Mil€x raggiunge circa 33,9 miliardi di euro, pari a circa l’1,46% del PIL — un record assoluto in termini nominali, ma molto distante dalla soglia del 2%.

Detto altrimenti: la spesa militare reale dell’Italia non è aumentata di un terzo in un solo anno. Ciò che è cambiato è il perimetro contabile di ciò che viene dichiarato come “militare” alla NATO. Un’operazione formalmente consentita dalla nuova definizione allargata adottata dall’Alleanza — che include componenti di sicurezza nazionale in senso lato — ma che in questo caso manca del dettaglio necessario a consentire qualsiasi verifica indipendente e soprattutto rende complicato il paragone con le annualità precedenti, le cui stime sono state calcolate con metodologie e definizioni totalmente diverse.

L’aumento reale arriverà: ma dipende da SAFE e dai nuovi armamenti

Sarebbe però sbagliato concludere che non esista alcuna tendenza all’aumento della spesa militare italiana. Il punto è che tale tendenza si manifesterà con tempi e modalità diversi da quelli che il dato NATO di oggi vorrebbe far credere. Il primo fattore è il prestito europeo SAFE (Security Action for Europe), lo strumento da 150 miliardi di euro previsto dall’Unione Europea per finanziare il riarmo degli Stati membri. L’Italia aveva puntato su queste risorse per dare sostanza concreta all’aumento di spesa militare senza gravare ulteriormente sul bilancio nazionale. Al momento, però, l’accesso al prestito è bloccato: la fiammata inflazionistica innescata dall’attacco statunitense e israeliano all’Iran ha compromesso il percorso di rientro del deficit italiano, impedendo all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione per debito eccessivo avviata dalla Commissione europea. Una condizione necessaria per accedere al prestito. Finché questo nodo non si scioglierà, i miliardi aggiuntivi per la difesa resteranno sulla carta.

Il secondo fattore sono le numerose decisioni di acquisto di nuovi sistemi d’arma che il Governo ha presentato e avviato negli ultimi mesi, e che Mil€x ha puntualmente analizzato e documentato: dai nuovi missili terra-aria Samp/T, il cui costo aggiuntivo richiesto sfiora i 2,3 miliardi, al programma GCAP per il cacciabombardiere di nuova generazione i cui costi sono già triplicati, fino ai satelliti spia e agli altri programmi in approvazione parlamentare. Queste decisioni impegneranno risorse crescenti nei prossimi anni, con un effetto cumulativo che si tradurrà in aumenti di spesa reale (non meramente di ricalcolo contabile) nel medio periodo. È dunque corretto dire che il riarmo italiano è in corso e accelera. Ma è altrettanto necessario dirlo con onestà: oggi il 2% non è stato raggiunto, è stato dichiarato.

Il vero obiettivo: legittimare il riarmo industriale

C’è una logica politica sottostante a questi annunci (e dunque alla pubblicazione del Report del Segreterio NATO Rutte) che non va sottovalutata. L’Italia presenta uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa, e qualsiasi aumento reale e strutturale della spesa militare richiederebbe tagli compensativi altrove o un ulteriore deterioramento dei conti pubblici. In questo contesto, poter mostrare il 2% raggiunto (anche solo per via contabile) serve principalmente a due scopi: alleggerire la pressione internazionale (soprattutto ovviamente quella statunitense) e legittimare i programmi di acquisizione di sistemi d’arma già avviati o in programma.

Il riarmo reale in corso è documentato dai dati diffusi dal nostro Osservatorio Mil€x: i fondi per i programmi di acquisto di armamenti previsti per il 2026 raggiungono un record storico di oltre 13,1 miliardi di euro, in crescita di circa il 60% rispetto al 2022. Nei prossimi 15 anni sono programmati oltre 130 miliardi di euro per nuovi sistemi d’arma. La rappresentazione di un traguardo “raggiunto” rafforza la narrativa del riarmo come processo ormai consolidato, rendendo più difficile contestare i singoli programmi di procurement. Il 2% non è un punto di arrivo: è diventato lo strumento retorico per giustificare ciò che viene dopo.

Mentre la documentazione ufficiale diventa meno accessibile e comparabile, l’Italia consolida una politica di riarmo strutturale che impegnerà dunque risorse pubbliche per decenni, senza un adeguato livello di controllo democratico e informazione ai cittadini. Questa è la vera questione che il titolo “Italia al 2,01% di spesa militare secondo la NATO” non consente di vedere. Chiediamo che il Governo chiarisca in modo puntuale quali voci siano state inserite nel bilancio comunicato alla NATO per il 2025 e per quali importi, e che il prossimo DPP ripristini il livello di dettaglio e trasparenza che in passato consentiva il confronto con i dati OCSE e SIPRI.

 

 

Immagine: Press conference by the NATO Secretary General Mark Rutte for the launch of his Annual Report for 2025 @NATO