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Droni kamikaze per le esigenze “immediate” delle nostre forze speciali

Mentre è ancora aperto il dibattito sull’intenzione della Difesa di armare con bombe e missili i droni MQ-9 Reaper della nostra Aeronautica Militare, in Parlamento è arrivata la richiesta ‘urgente’ dello Stato Maggiore di dotare le nostre forze speciali di un’arma ancor più micidiale: i droni kamikaze o droni suicidi.

UPDATE: La richiesta è stata approvata il 2 novembre dalla Commissione Difesa del Senato. L’approvazione della Camera è arrivata il 9 novembre.

Così li chiamano i militari, anche se nei documenti ministeriali ad uso dei parlamentari vengono più convenientemente definiti “munizioni a guida remota” oppure “munizioni orbitanti” (Loitering Ammunitions in inglese). Di fatto sono piccoli droni armati con una testata esplosiva che vengono teleguidati contro l’obiettivo, anche a decine di chilometri di distanza, dopo averlo sorvegliato e seguito dall’alto.

Letali, precisi, rapidi e sicuri come i droni armati “normali” perché possono centrare bersagli fissi o anche in rapido movimento – quelli per cui non bastano le bombe a guida Gps che mirano su coordinate fisse – senza la necessità di truppe a terra in prossimità dell’obiettivo per “illuminarlo” con marcatori laser e senza bisogno di aspettare il supporto aereo di elicotteri da attacco o cacciabombardieri esposti al fuoco nemico. Ma decisamente più versatili dei classici droni killer perché possono essere trasportati, lanciati e manovrati direttamente da piccole unità isolate di incursori. Si capisce perché quest’arma, anche molto economica, sia definita “game changer”, cioè una svolta nella tattica militare e come abbassi di molto l’asticella delle remore all’uso della forza letale. Tanto più se viene fornita a forze speciali che conducono operazioni segrete.

La Difesa infatti specifica che questi droni kamikaze servono subito “per rispondere alle necessità operative immediate (sottolineato nel documento ministeriale) della componente Operazioni Speciali (…) per garantire l’autodifesa delle unità di Forze Speciali isolate in teatri operativi, considerato anche il mutato scenario operativo in Iraq (Operazione “Prima Parthica”) e l’impiego delle unità di Forze Speciali (FS) della Difesa in operazioni di intelligence ai sensi della Legge 198/15″.

Il “mutato scenario operativo” in Iraq è riferito all’escalation di attacchi dell’Isis contro le truppe della Coalizione anti-Daesh e alla preannunciata “revisione” della missione con il suo passaggio sotto l’egida della Nato. Missione che sulla carta resta “non-combat” (per questo il giuridicamente necessario, quanto fuorviante, il riferimento all’autodifesa) ma che evidentemente non lo è più, almeno per le nostre forze speciali. Le quali, quando finiscono in un’imboscata, non si limitano a difendersi rispondendo al fuoco per poi ripiegare, ma contrattaccano per neutralizzare la minaccia. Di queste rilevanti novità il Parlamento dovrebbe essere debitamente informato, non solo con un fugace passaggio nascosto in una richiesta urgente di nuovi armamenti.

Per quanto riguarda invece le operazioni di intelligence che, per volere del governo Renzi, da sei anni a questa parte possono avvalersi segretamente di forze speciali su autorizzazione diretta del presidente del Consiglio, solo il Copasir (l’organo parlamentare che controlla l’operato dei servizi segreti ed è informato di queste operazioni) potrebbe chiedere quali missioni in corso necessitino l’immediata fornitura di droni kamikaze – salvo poi non poter diffondere questa informazione, che rimarrebbe classificata. Tolto l’Iraq, già esplicitamente indicato nel documento della Difesa, il pensiero va alla nuova operazione anti-terrorismo “Task Force Takuba” in Mali. Ma potrebbero esserci anche dell’altro.

I droni suicidi che la Difesa intende acquistare per 3,9 milioni di euro (dunque in quantità ragguardevole, visto il basso costo unitario) sono gli Hero-30 prodotti dall’israeliana UVision (qui il video promozionale aziendale). Niente ritorni industriali e occupazioni per l’industria nazionale quindi? Non è detto. Pare infatti che la manutenzione di questi droni possa essere fatta in Sardegna, dalla RWM Italia di Domusnovas che, come ha annunciato pochi mesi l’ad dell’azienda Fabio Sgarzi, stava concludendo un accordo con la UVision per il co-sviluppo e la co-produzione in Italia dei suoi droni kamikaze. La RWM è l’azienda che produceva bombe aeree per la guerra di sauditi ed emirati in Yemen e che ora, dopo il divieto di esportazione decretato dal governo Conte, è alla ricerca di nuovi business.