Il Rapporto sulla Performance 2025 della Difesa conferma quanto l’Osservatorio Mil€x evidenzia da tempo: l’aumento rapido della spesa militare (+4,2 miliardi in più a consuntivo) si concentra su acquisto di sistemi d’arma. La Difesa lamenta pochi fondi per l’operatività, ma è lo stesso Governo a decidere come distribuire le risorse: lo squilibrio è una scelta politica. I dettagli finanziari mostrano risorse per le armi stanziate in misura superiore a quanto si riesca a pagare.
Il Rapporto di performance 2025 del Ministero della Difesa, trasmesso al Parlamento a metà giugno, è uno di quei documenti tecnici che il dibattito pubblico ignora sistematicamente, ma che raccontano la realtà della spesa militare italiana molto meglio dei comunicati poco realisti su presunti raggiungimenti della soglia del 2% del PIL. Letto con attenzione, conferma punto per punto ciò che andiamo dicendo da tempo: l’accelerazione della spesa militare italiana passa quasi interamente dall’acquisto di sistemi d’arma, a vantaggio dell’industria militare, mentre tutte le altre voci operative restano indietro. E lo conferma arriva, paradossalmente, attraverso le lamentele dello stesso Ministero di via XX Settembre.
Più risorse, ma sbilanciate
I numeri di partenza sono eloquenti. Gli stanziamenti definitivi 2025 hanno raggiunto i 35.519 milioni di euro, con un incremento di oltre 4,2 miliardi rispetto a quanto previsto inizialmente dalla Legge di Bilancio e un aumento di quasi 3,7 miliardi rispetto al 2024. Una crescita robusta, che conferma la traiettoria già evidente del riarmo (e come gli accumuli di risorse in tal senso si rafforzino nel corso dell’anno anche “oltre” quanto previsto in sede di approvazione parlamentare)
Eppure il Rapporto di performance del Dicastero guidato dal Ministro Crosetto si apre con un lamento che ricorre in ogni pagina che la Difesa dedica al proprio bilancio: le risorse si starebbero “cristallizzando” su spese incomprimibili (utenze, tributi, viveri) e persisterebbe uno “squilibrio crescente” tra il settore esercizio (operatività, addestramento, sostegno logistico, manutenzioni) e il settore investimento (l’ammodernamento, cioè le armi). Il documento parla esplicitamente di una “cronica e strutturale condizione di ipo-finanziamento” della spesa per l’operatività e il mantenimento in efficienza dello strumento militare.
Pur con aumenti robusti e storici, persistono le lamentele
E proprio qui sta il punto che merita di essere sottolineato con forza, perché è esattamente ciò che la narrazione ufficiale tende a nascondere. La Difesa lamenta di avere pochi fondi per l’esercizio. Ma chi decide come ripartire le risorse tra esercizio e investimento? Lo decide lo stesso Governo, attraverso le proprie scelte di bilancio. Lo squilibrio di cui la Difesa si duole non è una qualcosa piovuto dal cielo, non è il prodotto di una congiuntura sfortunata: è il risultato di una scelta politica precisa. Se le risorse aggiuntive sono andate in larga misura ai sistemi d’arma anziché al sostegno delle attività ordinarie è perché qualcuno ha deciso così.
La ragione profonda di questa dinamica la conosciamo, e la sottolineiamo da tempo: l’unico modo per ottenere un aumento rapido della spesa militare (quello richiesto in sede NATO, in primis gli Stati Uniti) è gonfiare i fondi destinati all’acquisto di armamenti perché le tempistiche di “concretizzazione” di questa scelta sono sicuramente più rapide di interventi su altri ambiti. Gli stipendi non si possono moltiplicare da un anno all’altro, il personale non cresce in pochi mesi, le strutture di acquartieramento o di addestramento non si costruiscono dall’oggi al domani, la spesa per esercizio è per sua natura da un lato incomprimibile e dall’altro rigida e con dinamiche di alta inerzia. I contratti per nuovi sistemi d’arma invece hanno una dinamica più snella: si possono firmare in fretta, fanno “volume” e soprattutto alimentano direttamente l’industria della difesa. Il riarmo accelerato è riarmo industriale, quasi strutturalmente. Lamentarsi che manchino i soldi per l’esercizio dopo aver scelto di destinarli alle armi è, a essere generosi, una contraddizione. A essere precisi, è un alibi: serve a chiedere ancora più fondi, presentando come “emergenza operativa” ciò che è la conseguenza diretta delle proprie priorità di spesa.
Quanto vale davvero l’investimento in armi (e perché i numeri vanno letti con prudenza)
Il Report appena pubblicato fornisce numeri importanti e interessanti sul cosiddetto ammodernamento, offrendo l’occasione per un piccolo esercizio di trasparenza. La spesa per l’acquisto e il rinnovamento dei sistemi d’arma nel 2025 è arrivata a circa 9,6 miliardi di euro di stanziamenti definitivi: una cifra cresciuta in modo netto rispetto agli anni precedenti (l’aggregato “di base” degli acquisti di armamenti segna un +18% circa sul 2024, secondo questi dati) che da sola conferma dove si stia concentrando lo sforzo finanziario della Difesa. Come dato tecnico vale anche la pena notare come durante il 2025 la riorganizzazione interna del Ministero (la separazione tra Segretariato Generale della Difesa e Direzione Nazionale degli Armamenti) ha fatto migrare circa 6 miliardi da un capitolo di bilancio a un altro. Il risultato numerico è che, guardando i singoli obiettivi, uno sembrerebbe quadruplicare e l’altro quasi azzerarsi:

Si tratta però solo di un travaso contabile, non spesa nuova: sommando i due capitoli, la variazione reale è di appena 150 milioni. Se la sostanza non cambia è però utile evidenziare l’ennesimo caso in cui le cifre sui programmi d’arma si spostano tra voci con una disinvoltura che rende sempre più arduo, per cittadini e Parlamento, seguire il filo della spesa reale. È la stessa opacità crescente che abbiamo già denunciato a proposito del Documento di Programmazione Pluriennale. Un’avvertenza ancora più importante, per evitare equivoci: stiamo parlando qui della sola spesa per investimento del Ministero della Difesa, quella per l’acquisto diretto di mezzi e sistemi d’arma; la voce che è maggiormente cresciuta nelle spese militari italiane degli ultimi anni. Non si tratta però della spesa complessiva per l’acquisto di armamenti, ben più alta perché (come evidenziamo da anni nelle nostre analisi) include capitoli iscritti su altri bilanci, a partire da quello del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che finanzia una quota rilevante dei grandi programmi di acquisizione. I 9,6 miliardi del Rapporto di performance sono dunque solo una parte (la maggiore e più visibile) di uno sforzo di riarmo che, sommando tutti i capitoli, raggiunge cifre molto superiori (circa 13 miliardi di media negli ultimi due anni).
Il “buco” di pagamenti per i sistemi d’arma
Dal Rapporto di Performance emerge poi come il Ministero della Difesa abbia allocato per gli armamenti più risorse di quante sia stato effettivamente in grado di spenderne. Il documento lo ammette con un certo imbarazzo tecnico: sul settore investimento si è aperto nel 2025 un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi di euro: gli stanziamenti c’erano, ma mancavano i soldi liquidi per onorare gli impegni. Per evitare un blocco, nel secondo semestre il Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di cassa di 800 milioni, lasciando comunque circa 1,1 miliardi di residui a fine anno.
Lo si vede bene anche dal rapporto tra ciò che viene stanziato e ciò che viene davvero pagato: dei 9,6 miliardi destinati all’ammodernamento, ne risultano effettivamente erogati in cassa circa 7,7 miliardi, l’80%. Il resto slitta agli anni successivi. Tradotto: si stanziano per le armi cifre che la macchina amministrativa non riesce a smaltire nello stesso esercizio. È la prova plastica che la corsa agli armamenti procede più in fretta della capacità reale del sistema di assorbirla e che la priorità non è l’efficacia della spesa (nemmeno dal punto di vista militare) ma la cifra da esibire (e mettere a disposizione dell’industria). A conferma di ciò, anche il debito commerciale torna a salire bruscamente: lo stock di debito della Difesa passa dai circa 97 milioni del 2024 ai quasi 361 milioni del 2025, quasi quadruplicato in dodici mesi. Il rapporto riconosce di dover “approfondire l’analisi delle cause”. Più risorse in entrata, ma peggiore controllo sui pagamenti in uscita: anche questo è un sintomo di un sistema messo sotto pressione da volumi che crescono per ragioni politiche, non operative.
Il contrasto si chiude qui. Mentre l’esercizio resta sottofinanziato e i pagamenti generali arretrano, sul fronte degli armamenti i numeri sono brillanti: l’81,6% dei contratti programmati è stato perfezionato e l’incidenza dei pagamenti sui programmi di ammodernamento supera l’89,6%, con quasi 9,5 miliardi effettivamente erogati. Dove si vuole spendere, si spende. E si spende bene, dal punto di vista dell’industria fornitrice.
Conclusione: lo sapevamo, e i conti lo confermano
In definitiva il Rapporto di Performance 2025 della Difesa conferma le recenti analisi del nostro Osservatorio MIl€x: l’Italia sta aumentando la spesa militare per via politica “rapida” nell’unica strada possibile di aumento di fondi per acquisto armamenti. Il sottofinanziamento dell’esercizio di cui la Difesa si lamenta non è un incidente: è il rovescio della medaglia di quella scelta. Si è deciso di privilegiare l’acquisto di sistemi d’arma (non riuscendo peraltro nemmeno a pagarli tutti nei tempi) e ora ci si duole delle conseguenze, usandole paradossalmente come argomento per chiedere ancora più soldi… A guadagnarci, come sempre, è l’industria della difesa, destinataria finale di quei contratti firmati in fretta e pagati puntualmente, quando i flussi lo permettono. A perderci sono la trasparenza del bilancio pubblico e la possibilità, per cittadini e Parlamento, di esercitare un controllo democratico reale su una spesa che impegnerà risorse del Paese per decenni.
