Le notizie di queste ore sulla decisione del governo Meloni di non accedere (o di farlo solo parzialmente) al programma di prestito europeo SAFE (Security Action for Europe) confermano in modo evidente quanto l’Osservatorio Mil€x ha già documentato con le proprie analisi negli ultimi mesi. Vale la pena dunque riannodare i fili di fatti e informazioni, perché la vicenda rivela contraddizioni strutturali che il dibattito politico pubblico non ha ancora affrontato in modo esplicito.
La vicenda SAFE: le notizie di oggi
Il 31 maggio è il termine formale di scadenza per la presentazione dei progetti di accesso al programma SAFE, lo strumento da 150 miliardi di euro previsto dall’Unione Europea per finanziare (sotto forma di prestiti agli Stati membri) nuovi investimenti in armamenti e sicurezza militare. L’Italia aveva inizialmente avanzato una richieta preventiva per quasi 15 miliardi di euro (14,9 per la precisione), una delle quote più alte tra i Paesi membri dell’UE. In più di un’occasione il ministro della Difesa Crosetto aveva dichiarato di volerli utilizzare come architrave del piano di riarmo italiano.
Ora il governo, direttamente con la voce della Presidente del Consiglio Meloni (in un intervento televisivo in cui ha dichiarato che «non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa»), starebbe invece ripensando totalmente la propria posizione, riducendo la quota di richieste da avanzare a circa 4-5 miliardi, riferiti ai soli contratti già esistenti, rinunciando di fatto a oltre 10 miliardi di capacità di spesa militare aggiuntiva. La motivazione esplicitata sarebbe di natura “negoziale”: Roma vorrebbe prima ottenere flessibilità da Bruxelles sul fronte energetico (essendo in attesa di risposta a una recente lettera sul tema a Ursula von der Leyen) utilizzando la partecipazione a SAFE, da sempre spinta dalla Commissione UE, come leva politica.
Quello che avevamo già scritto: SAFE non è denaro a fondo perduto
La dinamica che si sta disvelando non sorprende chi segue le analisi del nostro Osservatorio Mil€x: già nel marzo 2026 con la nota “Il 2% dell’Italia certificato dalla NATO? Operazione contabile, non (per ora) aumento reale di spesa militare”, avevamo scritto esplicitamente che l’aumento concreto della spesa militare italiana dipendeva in larga misura dall’accesso al prestito SAFE. Lo avevamo evdienziato con una precisazione che riteniamo fondamentale e che il dibattito pubblico continua a ignorare: SAFE non è un trasferimento a fondo perduto. È un prestito europeo da restituire in 45 anni.
Questo significa che l’accesso al programma SAFE non “crea” risorse pubbliche nuove per la difesa italiana. Consente soltanto di indebitarsi a condizioni potenzialmente più favorevoli rispetto al mercato, risparmiando qualche punto di interesse sul debito contratto per finanziare le spese militari. Un risparmio reale, anche se limitato, ma strutturalmente diverso dalla logica del “fondo perduto” con cui troppo spesso si è parlato di risorse europee per la difesa nell’attuale dibattito politico e mediatico.
Una distinzione poco chiara e quasi mai sciolta nel dibattito pubblico, pur essendo rilevante per valutare la sostenibilità delle scelte in corso. Perché la situazione è evidente: per aumentare la spesa militare in modo sostanziale e strutturale ci sono solo due alternative. La prima è accedere a prestiti (europei con SAFE o di mercato) con i relativi oneri di restituzione e interessi, che si scaricano comunque sui conti pubblici futuri in un Paese come l’Italia già profondamente indebitato. La seconda è tagliare altre voci di spesa nel bilancio statale per liberare risorse da destinare alla difesa. Non esistono scorciatoie. Questa conclusione è matematica, non ideologica, ed è stata confermata anche dal Fondo Monetario Internazionale: nel suo World Economic Outlook dell’aprile 2026 e nel rapporto di missione sull’Italia, l’FMI ha esplicitato che qualsiasi aumento credibile della spesa militare, senza ricadute sulla stabilità fiscale, richiede «un mix di aumenti delle entrate e tagli alla spesa pubblica», avvertendo che «la spesa sociale è sostanzialmente ridotta» e che i Paesi con situazioni debitorie già delicate come l’Italia rischiano «un indebolimento della resilienza economica».
A oggi, né il governo né i partiti favorevoli al riarmo hanno indicato in modo esplicito quale delle due strade intendano percorrere: su quali voci eventualmente intervenire con tagli, o da quali fonti reperire entrate aggiuntive. Si tratta di informazioni essenziali per una valutazione informata delle scelte di bilancio in corso.
Un problema strutturale di trasparenza: il 2% non è stato raggiunto, è stato dichiarato
C’è un secondo livello di questa vicenda che non può essere separato dalla questione SAFE, ed è quello della trasparenza contabile. Nel marzo 2026, a seguito del Rapporto annuale del Segretario Generale NATO Mark Rutte, l’Italia si è vista certificare un livello di spesa militare del 2,01% del PIL, con una spesa nominale indicata in oltre 45 miliardi di euro: un balzo enorme rispetto all’1,52% del 2024. Dall’analisi dei dati emerge tuttavia un quadro più articolato: secondo le stime Mil€x, la spesa militare effettivamente riconducibile alle componenti operative tradizionali si colloca su livelli significativamente inferiori a quanto comunicato a livello internazionale.
I dati che la NATO utilizza non sono prodotti autonomamente dall’Alleanza: vengono comunicati direttamente dai governi nazionali. Nel caso italiano, è il Ministero della Difesa a trasmettere a Bruxelles i propri conteggi “in chiave NATO”. Il DPP (Documento Programmatico Pluriennale) 2025-2027 (trasmesso alle Camere con forte ritardo rispetto alle prescrizioni di legge) ha aggiunto nell’aggregato NATO una serie di voci reclassificate come spesa per la difesa: pagamenti pensionistici, quote dei Carabinieri, voci generiche di “mobilità militare” e “cybersicurezza”. Di questi circa 14 miliardi aggiuntivi, la parte preponderante è concentrata in categorie prive di qualsiasi specificazione di contenuto verificabile. Secondo le stime DI Mil€x, la spesa militare “pura” dell’Italia (corrispondente alla componente di personale, esercizio e investimento in armamenti) si colloca invece per il 2026 intorno ai 33,9 miliardi di euro, pari a circa l’1,46% del PIL. Un record assoluto in termini nominali, ma molto distante dalla soglia del 2% comunicata al quartier generale NATO di Bruxelles.
Avevamo già segnalato tutto questo nell’analisi del DPP 2025, pubblicata nell’ottobre 2025: a fronte dell’annuncio secondo cui l’Italia avrebbe raggiunto già nel 2025 la soglia del 2% del PIL, il Documento spiegava «solo sommariamente come tale incremento sia stato calcolato, né quali voci in aggiunta siano state ricomprese nel conteggio». E ancora: «dalle tabelle di dettaglio sono scomparsi i riferimenti ai costi pregressi, che finora consentivano di seguire l’evoluzione pluriennale dei singoli sistemi d’arma e di valutarne l’effettivo impatto finanziario». Un taglio netto alla trasparenza, in un contesto di spesa crescente.
Il riarmo reale è in corso, ma con quali risorse?
Pur considerando le notizie delle ultime ore, sarebbe comunque sbagliato concludere che non esista alcuna tendenza all’aumento della spesa militare italiana. Che invece è reale, in corso (anche se con trend diverei) e il nostro Osservatorio Mil€x l’ha documentata puntualmente. I fondi per i programmi di acquisto di armamenti previsti per il 2026 raggiungono un record storico di oltre 13,1 miliardi di euro, in crescita di circa il 60% rispetto al 2022. In tre anni di questa legislatura, il Parlamento ha approvato 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per 36 miliardi di euro complessivi. Nei prossimi 15 anni sono programmati oltre 130 miliardi per nuovi sistemi d’arma.
Ma questo riarmo reale, finanziato con i fondi di bilancio ordinario spostati anche da altri capitoli, procede su un binario separato rispetto agli annunci politici sul 2% del PIL. Ed è qui che sta il nodo: le promesse di raggiungere target sempre più ambiziosi (2%, poi 2,5%, poi 3,5% che diventa 5% in contesto NATO aggiungendo come detto non meglio identificate spese di sicurezza) si scontrano con i vincoli strutturali di una economia con uno dei debiti pubblici più alti d’Europa. L’accesso a SAFE (che il Governo stesso ora mette in discussione) era esattamente la risposta a questa contraddizione: uno strumento per dare “sostanza contabile” agli impegni senza aumentare immediatamente il peso sul bilancio nazionale, rinviando però il costo al futuro attraverso la restituzione del prestito. Il fatto che la partecipazione a SAFE venga ora subordinata all’esito di una trattativa su un dossier distinto, quello energetico, evidenzia come la pianificazione finanziaria del riarmo italiano poggiasse su variabili ancora incerte.
Quello che nessuno ha detto
Il quadro che emerge è dunque il seguente. L’Italia ha dichiarato di aver raggiunto il 2% del PIL in spesa militare attraverso un’operazione di reclassificazione contabile, senza un corrispondente aumento reale di risorse operative. Per dare sostanza concreta agli impegni futuri (2,5%, 3,5%…) si puntava in larga parte sul prestito SAFE, che però è un debito da restituire, non un trasferimento a fondo perduto, e che consente soltanto un risparmio marginale sugli interessi rispetto al mercato. Ora anche quella risorsa viene messa in discussione per ragioni politiche contingenti. Cosa rimane, dunque? Solo la domanda che rimane senza risposta esplicita nel dibattito istituzionale: se non con i prestiti europei, l’aumento strutturale della spesa militare potrà avvenire soltanto tagliando altre voci di bilancio (sanità, scuola, pensioni, welfare, cooperazione allo sviluppo) oppure aumentando le entrate fiscali. Il Fondo Monetario Internazionale lo ha scritto nero su bianco. Noi lo evidenziamo da anni. Ma su questo punto non si è mai dati avvio ad un dibattito franco, informato, trasparente.
Va rilevato che la stessa compagine di Governo che ha sostenuto con più forza gli obiettivi di riarmo rischia ora, per ragioni legate a un dossier distinto, di non accedere allo strumento che avrebbe dovuto costituirne la principale copertura finanziaria.
Come Osservatorio Mil€x chiediamo ancora una volta che il prossimo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa ripristini il livello di dettaglio e trasparenza che in passato consentiva il confronto con i dati OCSE e SIPRI, e che il Governo chiarisca in modo puntuale, di fronte al Parlamento e all’opinione pubblica, quali voci di spesa pubblica dovranno essere sacrificate, o quali entrate aggiuntive dovranno essere trovate, per finanziare il percorso di riarmo che molti continuano a rivendicare.

