Questo Governo va pazzo per le armi: con i migliori aumentano le spese militari e le vendite di bombe made in Italy. Anche ai regimi autoritari.

di Lara Tomasetta per The Post Internazionale

 

Italia, terra di santi, navigatori, poeti e cacciabombardieri. Che si arma fino ai denti e spende cifre da capogiro per acquisire sistemi militari sempre meno difensivi e sempre più offensivi.
Che esporta armi e dispositivi bellici in tutto il mondo, anche a regimi autoritari e dittatoriali. Un business che non conosce crisi: nel 2020 le autorizzazioni rilasciate per la vendita all’estero di materiale di armamento hanno sfiorato i 4 miliardi di euro. E se con il governo Conte si sono chiuse alcune tra le principali commesse italiane, col duo Draghi-Guerini l’industria bellica in Italia ha trovato un nuovo Eden. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa», ha dichiarato il Presidente del Consiglio. «Bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora, perché le coperture internazionali di cui eravamo certi si sono dimostrate meno interessate nei confronti dell’Europa». Draghi ha parlato chiaro, mai nessun premier aveva fatto altrettanto: l’intenzione è quella di supportare e sovvenzionare apertamente l’industria delle armi.
Perché? Perché lo “richiedono” il nuovo assetto internazionale post-Afghanistan e la prospettiva di una maggiore integrazione europea.

Chi offre di più

Di certo non si è perso tempo per passare dalle parole ai fatti. Da inizio settembre sono approdati alle Commisni Difesa di Senato e Camera sette schemi di decreti ministeriali. I primi due – presentati dal ministero della Difesa – sono relativi all’EuroDrone (1,9 miliardi di euro fino al 2035 per cinque sistemi, ciascuno composto da tre velivoli e due stazioni di terra) e agli elicotteri LHV per i Carabinieri (221 milioni fino al 2034). Per gli altri cinque schemi i dossier sono da integrare con i riferimenti del Documento programmatico pluriennale pubblicato dalla Difesa a inizio agosto. Il programma più interessante riguarda il prosieguo dell’acquisizione della seconda versione del veicolo leggero multiruolo Lince (Vtlm 2), il più usato nelle missioni internazionali: 1.600 macchine per un valore di 3,5 miliardi di euro. Rilevante anche il programma per rinnovare i sistemi missilistici Paams e i radar dei due cacciatorpediniere lanciamissili di classe Orizzonte: 640 milioni fino al 2035.

Nel corso del 2020 il totale delle nuove autorizzazioni rilasciate per esportazione di materiale d’armamento ha raggiunto i 3 miliardi e 927 milioni di euro. Fra le prime dieci destinazioni troviamo cinque Paesi Nato (tre dei quali membri dell’Unione europea), uno dell’Africa settentrionale e quattro asiatici. Complessivamente il 56 per cento delle autorizzazioni per licenze all’export (2,2 miliardi di euro) ha per acquirenti Paesi fuori dalla e e dalla Nato. Per il quinto anno consecutivo – dal governo Renzi del 2016 – sono proprio i Paesi extra Nato-Ue i principali sbocchi commerciali dei sistemi militari italiani. E, ancora più importante, per il quinto anno consecutivo la maggior parte degli armamenti e sistemi militari italiani è destinata alla zona di maggior tensione del mondo: Nord Africa e Medio Oriente. Esportazioni che creano problemi di natura morale ma anche giuridica: la legge 185/1990 sancisce infatti che le vendite di armamenti «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». A proposito di imbarazzi, il 14 ottobre è iniziato il processo per la morte di Giulio Regeni, in cui alte sfere del governo egiziano sono indagate per la tortura e la morte del giovane ricercatore friulano. Nonostante ciò, proprio l’Egitto si conferma il Paese con cui stipuliamo il maggior numero di contratti, per un valore che nel 2020 ha toccato quota 991,2 milioni di euro (+120 milioni rispetto al 2019) grazie alla licenza di vendita delle due fregate Fremm. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con 456,4 milioni (+150 milioni), seguiti dal Regno Unito con 352 milioni (in calo di 67). In quarta posizione troviamo il Qatar, Paese coinvolto dal 2016 nella guerra in Yemen e classificato come “autoritario” dal Democracy Index dell’Economist: nel 2020 l’Italia ha venduto all’Emirato sistemi bellici per 212 milioni di euro. Il primo Stato Ue in classifica è la Germania, quinta con 197,6 milioni, seguita sorprendentemente dalla Romania con 169,6 milioni. Sopra i 100 milioni complessivi si collocano anche Emirati Arabi Uniti e Spagna.

Quanto spendiamo

La spesa militare italiana per il 2021 si attesta a poco meno di 25 miliardi di euro, secondo le stime anticipate dall’Osservatorio Mil€x. «Questi soldi provengono in larga parte dal bilancio del ministero della Difesa dedicato a usi militari», spiega Francesco Vignarca, fondatore dell’Osservatorio. Questa quota è pari a circa 18 miliardi. Il resto arriva dai fondi del ministero per lo Sviluppo economico destinati all’acquisizione di sistemi d’arma, dal Fondo Missioni militari del ministero dell’Economia e dai costi delle pensioni militari pagate dall’Inps. Per capire quali siano le intenzioni dell’attuale governo, basti pensare che rispetto al 2020 le spese militari sono in crescita dell’8,1 per cento, mentre è addirittura del 15,7 per cento l’incremento rilevato rispetto al 2019. Sono in particolare i costi per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma ad aver provocato l’impennata. E, dato che non vogliamo farci mancare niente, qualche settimana fa, il ministro Lorenzo Guerini ha firmato il decreto interministeriale per l’acquisizione di sei velivoli P180 prodotti da Piaggio Aerospace, azienda di Villanova d’Albenga in amministrazione straordinaria. L’accordo vale 171 milioni di euro. Quello che Draghi e Guerini si trovano tra le mani è l’eredità dei fondi pluriennali destinati alla Difesa stanziati nel 2015. A questi fondi, che il governo avrebbe comunque potuto investire diversamente, vanno aggiunti gli stanziamenti decisi per il 2021, una somma che si aggira intorno ai 5 miliardi di euro. Il governo Draghi, e in particolar modo il ministro Guerini, porta a concretizzazione un percorso partito anni fa e che trova nella congiuntura storica che stiamo vivendo maggiori giustificazioni: l’instabilità dell’Afghanistan, il problema della sicurezza internazionale, le infiltrazioni terroristiche.

All’attacco

Ma per capire quale sia il cambiamento in atto bisogna non solo guardare l’aumento di spesa quanto i tipi di armamenti che stiamo acquistando. Come spiega Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere), la Marina Militare italiana ha in progetto di dotare di missili Cruise i futuri sottomarini U212-Nfs e le nuove fregate Fremm. I missili Cruise di fatto servono a «moltiplicare il raggio d’azione dei sistemi d’attacco con una portata di oltre mille chilometri». E ancora, il Documento programmatico pluriennale 2021-2013 prevede un investimento di 168 milioni di euro, con una prima tranche di 59 milioni distribuiti in sette anni, per l’«adeguamento del payload MQ-9», dove MQ-9 è la sigla che indica i droni Reaper in dotazione al 32esimo Stormo di Amendola di Foggia. Che significa? Che i droni italiani verranno trasformati da strumenti di sorveglianza e rilevamento a sistemi da utilizzare direttamente in conflitto. L’ennesimo segnale che l’intenzione non è solo difendersi, ma anche aumentare la capacità di offesa. La vera “chicca” riguarda però la fiera militare-navale italiana SeaFuture 2021. Il salone è stato inaugurato in pompa magna il 28 settembre dal ministro Guerini davanti a 47 delegazioni di marine militari di Paesi esteri e di 15 capi di Stato Maggiore. Da evento ideato nel 2009 per ragionare sulla sostenibilità delle risorse del mare, la fiera è stata trasferita all’Arsenale Militare e ha assunto sempre più i connotati di un salone navale-militare per promuovere il defence refitting. Non a caso i principali sponsor di SeaFuture 2021 sono proprio i colossi a controllo statale del comparto militare come Fincantieri (strategic sponsor), Leonardo (platinum sponsor) e Mbda (il principale consorzio europeo costruttore di missili, che è gold sponsor) e gran parte dei media partner sono agenzie e riviste del settore militare. È di fatto l’unica fiera militare in Italia.