L’analisi dell’Osservatorio Mil€x sul SAFE smonta la narrazione della “scelta puramente tecnica”: sui 14,9 miliardi “prenotati” da Roma il conto finale più probabile sarà circa il doppio ma con possibilità di arrivare a 32 miliardi, con l’ultima rata nel 2075. A decidere quanto pagheranno i cittadini non è la cifra annunciata in conferenza stampa, ma una scelta di scenario finanziario di cui nessuno parla.
Nell’audizione del 28 luglio 2026 sugli esiti del vertice NATO di Ankara, il vicepremier Antonio Tajani ha annunciato che l’Italia “ha deciso di utilizzare” il fondo europeo SAFE, chiedendo un intervento fino a 14,9 miliardi di euro. Poche ore dopo, lo stesso Tajani ha derubricato le polemiche a “tempesta in un bicchier d’acqua”, precisando che la cifra è solo “prenotata”, che se ne userà “probabilmente meno” e che la decisione finale spetta al Parlamento. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha aggiunto che SAFE è “un’alternativa ai BoT, una scelta totalmente tecnica” da valutare “dal punto di vista della convenienza finanziaria”.
È esattamente su questa parola – “convenienza” – che vale la pena fermarsi. Perché dietro un prestito presentato come un semplice strumento di tesoreria si nasconde un impegno finanziario che, se attivato per intero, l’Italia si porterà dietro fino alla seconda metà degli anni Settanta di questo secolo, e il cui costo complessivo potrà essere circa il doppio del capitale ricevuto. Proviamo a mettere in fila i numeri, come abbiamo sempre fatto, distinguendo con cura ciò che è certo da ciò che resta stima.
Un prestito senza un tasso definito e con erogazione diluita
La prima cosa da chiarire, perché smonta gran parte del dibattito superficiale di questi giorni, è che il regolamento SAFE non fissa alcun tasso di interesse. Non esiste un “3%” scolpito da qualche parte, come pure si è letto. SAFE funziona con un meccanismo detto “back-to-back”: la Commissione europea raccoglie denaro sul mercato emettendo obbligazioni comuni (gli EU-bond) e poi lo gira agli Stati membri alle stesse identiche condizioni (cedola, scadenza, importo) a cui lo ha ottenuto. Il “tasso” del prestito italiano, dunque, non è un numero deciso a tavolino: è il rendimento che il mercato chiede agli EU-bond nel momento preciso in cui ciascuna tranche viene emessa.
Ne discende una conseguenza che il governo non ha spiegato ai cittadini: il costo complessivo dei 14,9 miliardi che si vogliono incassare non è determinato oggi, ma si “cristallizza” pezzo per pezzo, ad ogni erogazione, in funzione dei tassi di mercato di quel momento. Il vantaggio dichiarato è che gli EU-bond, grazie al rating elevato dell’Unione, costano un po’ meno di un BTP di pari durata. Questo è uno dei pochi elementi sicuri di tutta la partita, ma con lo spread compresso degli ultimi tempi il pur reale risparmio rispetto a un titolo di Stato italiano non risulta essere enorme mentre è proprio quel margine, non l’intero importo, la vera posta della “convenienza tecnica” invocata da Crosetto e Giorgetti.
Le condizioni strutturali del SAFE sono invece certe e fissate nel Regolamento di emissione impostato dall’Unione Europea (che tuttavia non scioglie ogni dubbio): durata fino a 45 anni, periodo di preammortamento fino a 10 anni durante il quale si rimborsano soltanto gli interessi e non il capitale, prefinanziamento fino al 15% dell’importo, erogazioni successive due volte l’anno fino alla fine del 2030.
Per costruire uno scenario di impatto di questa eventuale scelta sui conti pubblici italiani occorre evidenziare come anche il Governo italiano non prenderà (per impossibilità regolamentare) tutti i 14,9 miliardi prenotati in una unica tranche. L’ipotesi realistica, e normata, è quella di un prelievo scaglionato: un primo 15% di prefinanziamento (circa 2,2 miliardi) a inizio 2027, e il restante 85% (circa 12,7 miliardi) in tranche semestrali fino al 2030, orizzonte ultimo per le erogazioni. Ogni tranche fa storia a sé, con il proprio tasso agganciato agli EU-bond del momento, i propri 10 anni di preammortamento e il proprio ammortamento successivo.

Lo scenario realistico: il costo reale raddoppia
A partire da questi, non molti, elementi noti abbiamo provato a modellare il precedente profilo di erogazione e restituzione del prestito ancorando i tassi alla curva reale degli EU-bond a lunga scadenza, che a inizio 2026 viaggiava intorno al 3,25% sul tratto trentennale. Definendo così, come ipotesi, tre possibili scenari (uno favorevole al 3,0%, uno mediano al 3,5% e uno prudenziale al 4,0%) per ciascuno dei quali è stato calcolato il costo totale di capitale più interessi su tutta la vita del prestito (ipotizzandolo con durata di 45 anni, cosa che può essere modificata come spieghiamo sotto.
I risultati, in importi nominali annuali, sono i seguenti:

Il risultato è chiaro in qualunque delle condizioni di tasso si concretizzerà: chiedere l’erogazione dell’intera somma SAFE prenotata significa per l’Italia impegnarsi a restituire, nell’arco di quasi mezzo secolo, tra i 27 e i 32 miliardi di euro nominali, circa o anche oltre il doppio di quanto ricevuto. I soli interessi potrebbero costare tra 12,5 e 16,7 miliardi: quasi un secondo prestito, versato all’Unione (anzi ai finanziatori…) in cambio del servizio di raccolta a tassi “favorevoli”.
Vale la pena, a questo punto, un confronto con l’alternativa che lo stesso Ministro Crosetto ha evocato: il ricorso ai normali titoli di Stato. Applicando allo stesso identico profilo di erogazione (i 14,9 miliardi diluiti fino al 2030, con restituzione in 45 anni e 10 di preammortamento) il rendimento attuale di un BTP italiano di durata analoga (circa 4,3% sul tratto lungo a inizio 2026, contro il 3,5% del nostro scenario mediano SAFE) il costo complessivo salirebbe da circa 29,5 a circa 32,8 miliardi. Il vantaggio del SAFE, in questo caso, varrebbe dunque intorno ai 3,3 miliardi di euro di minori interessi lungo l’intera vita del prestito: un risparmio reale, ma pari a meno di un punto di tasso, ben lontano dal presentare l’operazione come “gratuita”. C’è però una differenza che nessuna tabella può misurare e che conta più dei decimali di prestito: con i titoli emessi direttamente lo Stato italiano raccoglie fondi che resta poi libero di destinare a ciò che ritiene prioritario (sanità, scuola, infrastrutture o anche difesa militari). Con il SAFE, invece, i fondi avranno costo complessivo meno caro ma sono vincolati per destinazione all’acquisto di armamenti. In altre parole si accetta una rigidità politica di mezzo secolo in cambio di un risparmio finanziario modesto: la “convenienza tecnica” si paga con la rinuncia alla libertà di scelta su come impiegare il debito.
I numeri appena presentati, come detto, riguardano però una ipotesi specifica: la diluizione della restituzione del prestito nei 45 anni massimi consentiti dal Regolamento UE, e qui arriviamo al punto che il dibattito politico di queste settimane ha completamente mancato. La discussione pubblica si è incagliata su una domanda binaria e in fondo sterile: (“usare SAFE oppure no, prendere tutti i 14,9 miliardi o solo una parte”) mentre la scelta che determina davvero quanto pagheranno i cittadini italiani è un’altra, e non se ne parla affatto: come viene costruito il piano di restituzione. A parità di capitale e di tasso, il costo finale può cambiare anche di diversi miliardi a seconda di due variabili (la durata e il periodo di preammortamento) su cui il governo italiano dovrà esprimere una scelta politica di enorme portata, ma che sta facendo senza esplicitare a Parlamento ed opinione pubblica gli elementi rilevanti.
Per capire come incide sul costo totale la scelta su queste due variabili per prima cosa è opportuno capire il meccanismo dei 10 anni di cosiddetto preammortamento, perché è quasi sempre frainteso. I nostri conteggi iniziali esplicitati nella tabella precedente sono come detto calcolati sulla configurazione di più lunga restituzione consentita da SAFE: 45 anni di durata complessiva, di cui i primi 10 di preammortamento. Attenzione: il preammortamento è considerato dentro i 45 anni, non in aggiunta. E soprattutto non è uno sconto: è un rinvio. Durante quei 10 anni non si rimborsa un solo euro di capitale (che quindi resta interamente non restituito) ma si pagano regolarmente gli interessi. Il capitale comincia a scendere solo dall’undicesimo anno. Il risultato è che il preammortamento allevia la cassa oggi (utile per il bilancio di chi governa adesso), ma proprio perché tiene il debito al massimo per un decennio fa aumentare il totale degli interessi rispetto a un piano che iniziasse subito ad ammortizzare anche il capitale iniziale ricevuto. Si sposta il peso della “restituzione” in avanti nel tempo, ma lo si paga più caro.
Che questo non sia un dettaglio contabile ma la vera posta in gioco lo dicono i numeri. Prendiamo ad esempio lo scenario di tasso mediano precedente (tasso 3,5%, stesso profilo di erogazione) e facciamo variare solo la struttura del rimborso. Ecco cosa si ottiene, con risultati di interesse totale da pagare molto diversi fra loro:

Lo stesso identico prestito di 14,9 miliardi può dunque costare 29,5 miliardi oppure 19 miliardi a seconda di come lo si restituisce: una differenza di oltre dieci miliardi di euro, cioè quasi un intero anno di acquisti italiani di nuovi armamenti. La sola scelta di attivare o meno il preammortamento, a parità di durata quarantacinquennale, pesa da sola circa 2,6 miliardi di interessi in più. E ridurre invece la durata (cioè restituire prima il prestito, usando la seconda “variabile” a disposizione del governo) abbatte il conto in modo drastico: passare da 45 a 15 anni fa crollare gli interessi da quasi 15 a circa 4 miliardi.
In questi conteggi il meccanismo del SAFE mostra la propria insidia: la configurazione che scarica meno peso sul bilancio corrente (45 anni di restituzione con 10 di preammortamento) è anche la più cara di tutte in termini nominali complessivi. Però è esattamente quella che un governo in carica sarebbe incentivato a scegliere, perché rinvia l’onere ben oltre il proprio orizzonte politico (soprattutto con le elezioni dietro l’angolo). Il meccanismo SAFE, in altre parole, non si limita a offrire un prestito: per la sua stessa architettura spinge verso l’opzione più costosa per i cittadini nel lungo periodo, mascherandola da scelta prudente perché “leggera” nell’immediato. Questo (non il feticcio del “sì o no”) è ciò di cui Parlamento e opinione pubblica dovrebbe discutere prima del voto decisivo.
Un debito che arriva al 2075
C’è infine un dato temporale che merita attenzione, perché racconta meglio di ogni percentuale la natura di questa scelta. I 45 anni di durata non decorrono da una data unica: per ciascuna tranche, l’orologio di conteggio della restituzione parte dalla rispettiva erogazione. Il prefinanziamento del 2027 si chiuderebbe dunque intorno al 2072; l’ultima tranche del 2030 arriverebbe fino al 2075 circa. È un vincolo che lega non una, ma almeno due generazioni di contribuenti italiani a una decisione di riarmo presa oggi.
La struttura esatta delle scadenze sarà definita solo nell’accordo di prestito con la Commissione: un contratto che l’Italia, a differenza di Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio (che hanno già firmato nella primavera 2026), non ha ancora sottoscritto. Il primo pagamento europeo è andato alla Polonia il 29 maggio 2026: oltre 6,5 miliardi. Roma è ancora indietro rispetto a questa soglia. La distanza tra “prenotare” e “usare davvero” che il governo tende a confondere nel dibattito pubblico è tutta qui.
Il punto politico rilevante
Ripetiamo ciò che abbiamo scritto da mesi in altri articoli su questo tema: nel dibattito politico il ricorso al SAFE viene presentato come una scelta neutra, “tecnica”, di pura ottimizzazione finanziaria. Oppure (ancora peggio) come un’erogazione decisa dall’Unione Europea a favore anche dell’Italia che non configura costi per il nostro Paese (come sia possibile pensarlo trovandosi di fronte ad un prestito, che ovviamente ha capitale e interessi da restituire, è un mistero…). Ma un prestito da restituire in mezzo secolo il cui costo reale oscilla di oltre dieci miliardi a seconda di come lo si struttura, il cui ultimo rimborso cade nel 2075 e il cui contratto non è ancora firmato né discusso nel merito dal Parlamento, non è una partita di tesoreria. È una decisione politica di lungo periodo sul modello di sicurezza e sulla priorità che si assegna alla spesa militare rispetto a sanità, scuola e welfare gli stessi capitoli la cui stagnazione abbiamo documentato mentre gli investimenti in armamenti crescevano del 60% in cinque anni.
E il dibattito, per essere serio, deve spostarsi dalla domanda sbagliata a quella giusta. Non solo e banalmente un “SAFE sì o SAFE no” (una contrapposizione che serve più a schierare le tifoserie politiche che a informare i cittadini) ma: per quale importo effettivo, per quali programmi (anche su questo c’è ancora opacità), e soprattutto con quale struttura di rimborso? Perché è su durata e cosiddetto preammortamento, non solo sulla cifra “prenotata” annunciata in conferenza stampa, che si decide se questo prestito costerà agli italiani 19 miliardi o quasi 30. Una scelta che l’attuale governo è incentivato a fare, come abbiamo visto indagando i numeri, nel modo più oneroso per il lungo periodo (durata massima con il preammortamento pieno) proprio perché ne alleggerisce il costo finanziario e di conseguenza politico nell’immediato.
Come sempre, chiediamo che la scelta venga sottoposta a un vero vaglio parlamentare, con la trasparenza che finora è mancata: sull’importo effettivo, sui programmi finanziati, sulla struttura del rimborso e sul costo reale a carico dei cittadini. Perché il debito, per usare le parole dello stesso ministro Giorgetti, “resta debito anche quando arriva con condizioni europee”.
Nota metodologica. Le cifre sono elaborazioni dell’Osservatorio Mil€x su parametri esplicitati pubblicamente dal Governo italiano o dalla Commissione UE. Il meccanismo back-to-back e le condizioni massime di durata (fino a 45 anni), preammortamento (fino a 10 anni, inclusa nella durata) e prefinanziamento (fino al 15%) derivano dal Regolamento (UE) 2025/1106 e dalla documentazione di Commissione e Consiglio; la decorrenza per singola tranche e la struttura di rimborso sono desunte dalla prassi delle emissioni UE e saranno concretamente fissate in via definitiva nell’accordo di prestito, non ancora sottoscritto dall’Italia. Nel modello, dopo il periodo di preammortamento, il capitale è ammortizzato in quote lineari e gli interessi sono calcolati sul debito residuo. I livelli di tasso sono ancorati alla curva dei rendimenti EU-bond/area euro a lunga scadenza (dati BCE e mercato, inizio 2026). Tutte le stime di costo sono nominali e non attualizzate: in termini reali, scontati per l’inflazione lungo l’intera durata, il peso effettivo risulterà inferiore
